I mezzibusti e le mezzebusto televisive che ci affliggono con le notizie dei telegiornali hanno una caratteristica in comune: non sono adatti al loro lavoro. Uno solo si distingue assieme a due signore normali e ascoltabili, umane porgitrici di fatti del giorno della 7: il gigante della notizia si chiama Enrico Mentana, un uomo solo al comando del video l'unico che non recita gli avvenimenti ma parla normalmente al pubblico raccontandoli e addirittura! commentandoli intelligentemente e pacatamente senza mai strafare. Inoltre Mentana si veste da uomo normale, più o meno lo stesso abito sobrio e più o meno le stesse cravatte, sobrie anch'esse.
Gli altri mezzibusti savianeschi(dall'indimenticabile Sergio Saviane) sono invece complici prede delle o degli stylist della RAI o di Mediaset o di chi vuoi... e della loro ostinata volontà di stravolgere tutte le regole base del buon gusto e del vestire... Gli uomini vestiti con giacche spaventose in genere oversize e con cravatte ributtanti color singhiozzo di pesce. Il loro look varia dal tangheur argentino al Clark Gable nei film dov'era brutto sino al magnaccia albanese proprietario di tre bar e un ristorante nel centro di Milano. Le donne hanno mise variabili dall'allegro mosso all'adagio mortificato anche se in genere l'obiettivo è "tutte sexy" anche le più loffie. E così assistiamo a sciagurate pettinature a schiaffo, a madonna, a suffragetta, a pepia, a sbarazzina, a straeffe, accompagnate da un abbigliamento forzato e sforzato "stasera ti metto questo anche se non ti convince, vedrai che bello!" Agghiaccianti camicette con scollature penose su una materia obsoleta che il buon senso chiederebbe di coprire con il doveroso pudore dettato dall'età, giacche da torero o similgiacche a rigoni optical da esame della patente, colori introvabili in qualunque pantone del bel vedere cromatico, trucco in faccia da privè di gran lusso, dunque fintamente discreto ma adatto a un immediato divorzio se il marito torna a casa e vede tale disastro restaurativo in faccia a quella che era la sua compagna del mattino appena trascorso...
A parte il loro improbabile vestire, questi uomini e donne dell'attualità serale e quotidiana, ci innervosiscono con il tono finto e recitato con cui ci ammanniscono le notizie difficilmente belle in questo periodo anche se non per colpa loro. Voci stridule, tentativi solenni che sfiorano lo shakespiriano, falsa allegria, compunzione fittizia, entusiasmo non condiviso... tutto tranne che la naturalezza... alcune poi, vedi l'ineffabile direttora Berlinguer non riescono proprio a guardare in faccia questo disgraziato telespettatore... leggono, inciampano nelle parole, alzano gli occhi un istante terrorizzate di perdere il filo del discorso e dimenticare che il Papa era a New York e non a Matera.
Una massa di malriusciti personaggi pagati come professionisti dell'informazione.
Consiglio amichevole di uno spettatore qualunque: "Guardatevi allo specchio signori mezzibusti e signore mezzebusto ammobigliati da persone che non vi vogliono bene, giudicatevi da soli e prendete personalmente una decisione seria: Mentanizzatevi, Mentanizzatevi, qualcosa di decente rimarrà."
Fatti e misfatti. Gioie e nequizie. Personaggi e personcine. Parole, paroloni, paroline. Trionfi e meschinità. Dolcevita e acidità. Opulenza e gente senza. Carriere di città e corriere di provincia. Pettegolezzi e verità. Il Malpaese, realtà e pretese. Top e flop.
Uno
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venerdì 9 ottobre 2015
Telegiornali e telerecite. Mezzibusti e mezzebusto. Un uomo solo al comando: Mentana
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martedì 6 ottobre 2015
Shopper
Mi chiamo Punjab-Kay sono indiano e ora vivo in Italia, a Milano, capitale della moda e dell'immigrazione clandestina, grazie alla quale ho potuto da Lampedusa arrivare sin qui dopo uno sbarco terrorizzante e angoscioso (il CTP, Centro di Prima/ Accoglienza/ Detenzione) e successiva e molto pericolosa fuga notturna, attraverso campi e case. Un viaggio in mare che per chi non sa nuotare, come me, è stato uno spaventoso passaggio attraverso la morte che ho visto mille volte in faccia con le sue unghie spumeggianti pronte a ghermirmi tra gli urli delle onde e quelli dei miei disgraziati compagni e, alla fine, tra quelli del megafono della Guardia di Finanza che ci ha salvati disidratati e sporchi sino al collo delle nostre deiezioni, tremanti di freddo e grigi di paura. Il viaggio l'ho comunque già pagato quasi tutto, su mille euro, una fortuna!, al turco ne devo ancora trecento, ma da parte ne ho già centottanta, quindi la posizione non è così male. Dunque, ripeto qui il racconto della mia situazione attuale, più o meno la stessa che ho fatto a un cronista di un quotidiano che però mi sembrava più curioso personalmente che professionalmente, essendo lui dubbioso già in partenza sulla possibilità che il suo giornale pubblicasse un articolo così crudo a proposito di insediamento e integrazione di gente come me in mezzo a gente come lui, due mondi troppo diversi. Allora il fatto è che, a parte il mio debito con il trasportatore turco via mare, e quello terrestre con gli albanesi del camion di verdura, pagati subito, e prima di partire da Catania per arrivare a Bergamo, con loro non si scherza e non si ragiona, meglio non avere rogne, io sono uno di quelli che dice che a Milano si sta bene, per tutto. Intanto per la pulizia che non è così rigorosa e che con tutti gli sfregi sulle case si presenta a noi con un'aria familiare non distaccata, ma umana di un vissuto trascurato e rabbioso che è proprio lo stato d'animo che all'inizio noi, uruguayani, cinesi, filippini, albanesi, ucraini, indiani come me, sentiamo dentro il nostro cuore , e i nostri pensieri anch'essi infreddoliti da questi inverni che solamente costose bombole di gas ci consentono di affrontare per sopravvivere a una serie di mesi gelidi che non finiscono mai. Un'altra ragione del mio star bene qui, a parte il poco decoro e la scarsa manutenzione della città che sono un fatto di immediata congenialità estetica alla mia allegra incultura cittadina, è la possibilità di lavorare molto bene, in nero e senza problemi, questo anche per l'abitazione, purché si dimostrino disponibilità e iniziativa. Qui si può trovare rapidamente un buon rifugio, se si ha la giusta capacità di adattamento. Io, ad esempio, anzi noi, perché per dividere le spese siamo in tre, due indiani e un filippino che vende in Galleria topini elettronici con gli occhietti rossi che lampeggiano emettendo uno strano cri cri che piace tanto ai bambini, abbiamo trovato un ottimo sottobox, sotto perché ci si arriva da un box scendendo con una vecchia scala di legno da muratore. Qui si può dormire, magari con poca aria ma senza rumori (quello con la Mercedes arriva sempre entro l'una e poi sino alle dieci del mattino non lo sentiamo più). Sono dodici metri dove abbiamo sistemato tre brandine, i ganci dal soffitto servono per i vestiti, per lavarci andiamo su nel box dove c'è un piccolo lavabo e la pompa per le auto che può essere usata per i piedi e il resto, ci si aggiusta come si può. Per il sottobox, richiestissimo e ambito da molti, paghiamo cento euro al mese, compresa la luce ( attaccata dal portinaio a quella del condominio) , escluse le bombole. Il padrone non l'abbiamo mai visto, i soldi li dò io a un ragazzo amico del portinaio che li dà lui al proprietario. Nessuno ci può scoprire né dire niente, perché paghiamo puntualmente, solo una volta siamo rimasti indietro di venti euro perché al filippino li aveva trattenuti il suo fornitore, il cinese, si trattava di topini difettosi e non venduti. Per me, questo affitto va benissimo, anzi è poco, perché adesso sto guadagnando molto bene, grazie a un'idea che mi sta trasformando in imprenditore con grandi soddisfazioni. Dunque, essendo io abitante di una traversa di via Manzoni, ho notato subito dal mio arrivo che qui ala gente, ma anche la più normale, non voglio dire proprio povera, ama farsi vedere magari per quello che non è, più ricca e spendacciona rispetto alla sua modesta realtà economica. Questo farsi vedere è soprattutto dato dal vestire, dalla moda, che purtroppo è costosissima, con un solo giacchino ci si pagherebbe il viaggio in mare, addirittura su una comoda petroliera nigeriana. Dunque ho anche visto e capito la vera sofferenza che il sabato e la dominica si legge negli occhi degli abitanti dei paesi e delle periferie, e poi non solo loro, anche impiegati, professori, ceto cosiddetto medio, che guardano le scintillanti vetrine de prèt à porter, delle scarpe e delle borse, abiti, cinture, stivali, sapendo di non poterli comprare. Mentre invece le persone, più o meno ricche che passeggiano con grandi borsoni dopo aver acquistato, osservano la loro evidente impossibilità economica che li mortifica di fronte a questo grande desiderio non esaudito. Vedendo tutto questo ho pensato allora che il prodotto che mancava a Milano era l'Apparenza, fonte di felicità e di soddisfazione per tutti. E mi sono messo io a produrla, l'apparenza. Ho iniziato facendo favori e piccoli lavoretti di pulizia, sbrigando commissioni e passeggiate al cane e altre piccole incombenze per i direttori e i commessi dei negozi lussuosi, quelli del quadrilatero, e per le loro portinerie. In cambio anziché soldi, chiedo borse, quelle di carta e stampa raffinata, con il marchio ben visibile, Prada, Gucci, Fendi, Armani, Dolce & Gabbana, Dior, Hermès, Tod's. Gli shopper, bellissimi, nuovi, di tutti i formati e di tutti i colori. Poi nel sottobox con la carta (pulitissima solo giornali arretrati come nuovi) io e i miei amici gonfiamo e riempiamo queste borse come se dentro ci fosse roba vera, moda carissima. Confezioniamo un vero spettacolo di griffe impacchettate e mai acquistate, pronte da far vedere a tutti passeggiando e prendendo, se si può, il caffè da Cova, St. Ambroeus e in San Babila. Le borse, irresistibili da esibire, le affitto a ore, cinque euri un'ora, due ore nove euri, pomeriggio forfait dodici euri. Un successone. La mia clientela, felice finalmente di passeggiare con l'agognato simbolo del potersi permettere, è cresciuta molto bene, anche come qualità soprattutto negli altri giorni della settimana. Non solo la classe periferica, ma anche quella media impiegatizia o di alta disoccupazione, gente che sa scegliere bene la griffe e la borsa più adatta alla propria personalità. Una clientela che mi restituisce la borsa in perfetto stato (mi faccio sempre lasciare come cauzione un documento) e paga senza fiatare. Adesso i direttori dei negozi e le portinaie mi chiedono qualcosa di più per darmi i loro shopper, però ho saputo che tra di loro ne hanno parlato concludendo che questa in fondo è tutta pubblicità per i loro negozi. Andiamo bene, quindi, anche se io, per premunirmi, ho già contattato chi mi può fornire direttamente gli shopper, però pagandoli in euri e non con i nostri lavoretti. Vedremo. Comunque il lavoro c'è, e sto mettendo insieme una piccola rete per affrontare altre interessanti città, Lodi, Pavia, Bergamo dove il passeggio non solo di fine settimana è altrettanto intenso che a Milano. Iniziativa, dunque, e serietà professionale, Milano, non tradisce mai e premia come sempre la laboriosità e la costanza. Però un imprenditore, proprio quando ha successo, non deve fermarsi mai su se stesso e sul suo prodotto. Per questo sto studiando nuove merceologie con i loro relativi imballi. Dall'alimentare e gastronomia, Peck, Principe, sino alla pasticceria, Cova, St. Ambroeus, Godiva. Pacchetti, pacchettini, confezioni scintillanti e lussuose che dai primi sondaggi avranno certamente successo. E forse, presto, il trasloco, dal sottobox a una vera cantina, con griglia sul cortile, solo per me, senza debiti, senza ragazza, ma con un solido futuro, quello dell'Apparenza. Questa è la storia di un successo e di un'idea, la mia, quella di Punjab-Kay, detto Shopper da chi lo conosce professionalmente. Una fantastica storia di moda.
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